giovedì 24 gennaio 2013

Sono cattolico e vado a votare


Nell’imminenza di elezioni politiche e amministrative che si svolgono in condizioni particolarmente drammatiche per l’Italia, ricordiamo ai cattolici e a tutti gli italiani che hanno a cuore il bene comune del Paese e credono nell’esistenza di una legge naturale, iscritta nel cuore di ciascuno e che la ragione può conoscere, il primato in ogni scelta politica dei «princìpi non negoziabili» (Papa Benedetto XVI) che attengono alla vita, alla famiglia e alla libertà di educazione.
La parola del Papa
Come lo stesso Pontefice non perde occasione di ricordare, è un grave errore pensare che nelle scelte politiche si debba guardare prima ai programmi economici e solo in secondo luogo ai princìpi relativi alla vita e alla famiglia. Al contrario, le radici della crisi economica non sono soltanto, e neppure principalmente, economiche: sono morali, e ogni aggravamento della crisi morale attraverso leggi contrarie al diritto naturale non manca di avere gravi conseguenze anche sull’economia. Ed è scandaloso che anche politici sedicenti cattolici affermino — contro il chiaro e ripetuto insegnamento del Magistero — che nelle scelte e nelle alleanze elettorali si debba guardare prima all’economia che ai «princìpi non negoziabili». Al contrario, come insegna l’enciclica Caritas in veritatemagna carta della dottrina sociale della Chiesa per il secolo XXI, «la questione sociale è diventata radicalmente questione antropologica» e il «campo primario e cruciale [...] è oggi quello della bioetica, in cui si gioca radicalmente la possibilità stessa di uno sviluppo umano integrale».

Purtroppo, nella legislatura che si sta concludendo esponenti di tutti i partiti hanno mostrato grave confusione sui «princìpi non negoziabili», anche se il governo di Centrodestra ha ostacolato una deriva libertaria su questi princìpi, mentre il Partito Democratico e i suoi allea­ti hanno promosso l’attacco a quanto la dottrina sociale della Chie­sa considera cruciale in materia di vita, famiglia e libertà di educazione.
Sei punti non negoziabili
Senza rilasciare deleghe in bianco a nessun partito o movimento, invitiamo i cattolici e i cittadini italiani che credono nel diritto naturale e nel­l’oggettività del bene comune a sostenere soltanto quelle formazioni  e — dove la legge permette la scelta del candidato, come in sede amministrativa — quei candidati che — evitando dichiarazioni generiche e vaghe, e indicando la serietà delle loro intenzioni anche con riferimento alle alleanze che propongono di stipulare con altre forze politiche — s’impegnino, sui seguenti sei punti essenziali:
1. a considerare l’aborto non una conquista, ma una sconfitta delle donne e a porre in essere misure efficaci che limitino il numero degli aborti, aiutino le madri in difficoltà, contrastino il ricorso alle pillole abortive e sostengano i singoli e le organizzazioni autenticamente pro life, nella prospettiva di quel superamento di ogni «liberalizzazione» o «codificazione» dell’aborto richiamato da ultimo da Papa Benedetto XVI nel Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2013;
2. a considerare eutanasia e suicidio assistito — come insegna l’enciclica Caritas in veritate — «ingiustizie inaudite», frutto di «posizioni culturali negatrici della dignità umana», e a sostenere in materia di fine vita esclusivamente prospettive giuridiche che non contengano alcuno spunto eutanasico e che contrastino l’attivismo giudiziario favorevole all’eutanasia;
3. a non introdurre alcuna norma che liberalizzi o renda più facile il consumo di droghe, anche cosiddette «leggere»;
4. a considerare il matrimonio esclusivamente come l’unione di un uomo e di una donna, opponendosi fermamente a qualunque forma di riconoscimento giuridico delle unioni omosessuali, e in modo ancor più risoluto a leggi che per­mettano a coppie omosessuali l’adozione di bambini, nello stesso tempo impegnandosi in una reale promozione della famiglia e della maternità come motore della crescita, anche sociale ed economica, della società;
5. a contrastare leggi sulla cosiddetta omofobia che — ben al di là della lotta doverosa contro forme di violenza, di aggressione e d’ingiusta discriminazione contro le persone omosessuali — si risolvano in divieti di promuovere e diffondere pubblicamente la tesi, ribadita nel Catechismo della Chiesa Cattolica, secondo cui«gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati»«sono contrari alla legge naturale» e «in nessun caso possono essere approvati»;
6. a riconoscere il principio della libertà di educazione e la funzione fondamentale, benefica e indispensabile per il Paese delle scuole cattoliche, di ogni ordine e grado, nonché le difficoltà che tali scuole oggi attraversano, impegnandosi for­malmente anzitutto a non imporre nuove tasse che costringerebbero molti istituti a cessare la loro attività, quindi a realizzare effettivamente la libertà di educazione attraverso il sostegno ai genitori che scelgono la scuola cattolica o qualsiasi altra scuola non statale, in particolare con la detraibilità fiscale delle rette scolastiche e dei contributi liberamente corrisposti agl’istituti scolastici, conformemente al modello di sussidiarietà fiscale espressamente indicato nell’enciclica Caritas in veritate.
Non lasciamoci ingannare
Nessuno si lasci ingannare da chi deforma la nozione di «princìpi non negoziabili». Si tratta di una nozione tecnica che Papa Benedetto XVI ha formulato ripetutamente citando i tre ambiti della vita, della famiglia e dell’educazione — talora aggiungendo come orizzonte fondamentale quello della libertà religiosa — e che non può essere distorta estendendola a sfere importantissime per il bene co­mune e che certamente nessuno suggerisce di trascurare, come il rispetto della legalità e il diritto al lavoro. Non è solo ma è anzitutto sui «princìpi non negoziabili» che vanno giudicati candidati e programmi.

domenica 2 settembre 2012

Io non sono martiniano, sono cattolico. Cosa possiamo fare per l'anima del cardinal Martini


Vedendo il mare di sperticati elogi ed esaltazioni sbracate del cardinale Martini sui giornali di ieri, mi è venuto in mente il discorso della Montagna dove Gesù ammonì i suoi così:  Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi” (Luca 6, 24-26).  

I veri discepoli di Gesù infatti sono segno di contraddizione: “Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo (…) il mondo vi odia. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi” (Gv 16, 18-20).
Poi Gesù indicò ai suoi discepoli questa beatitudine: “Beati voi quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e v’insulteranno e respingeranno il vostro nome come scellerato, a causa del Figlio dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate, perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nei cieli” (Luca 6,20-23).
Una cosa è certa, Martini è sempre stato portato in trionfo sui mass media di tutto il mondo, da decenni, e incensato specialmente su quelli più anticattolici e più ostili a Gesù Cristo e alla sua Chiesa.
Che vorrà dire? Obiettate che non dipendeva dalla sua volontà? Ma i fatti dicono che Martini ha sempre cercato l’applauso del mondo, ha sempre carezzato il Potere (quello della mentalità dominante) per il verso del pelo, quello delle mode ideologiche dei giornali laicisti, ottenendo applausi ed encomi.
E’ stato un ospite assiduo e onorato dei salotti mediatici fino ai suoi ultimi giorni.
O vi risulta che abbia rifiutato l’esaltazione strumentale dei media che per anni lo hanno acclamato come l’Antipapa, come il contraltare di Giovanni Paolo II e poi di Benedetto XVI?
A me non risulta. Eppure avrebbe potuto farlo con parole ferme e chiare come fece don Lorenzo Milani quando la stampa progressista e la sinistra intellettuale e politica diceva: “è dei nostri”.
Lui rispondeva  indignato: “Ma che dei vostri! Io sono un prete e basta!”. Quando cercavano di usarlo contro la Chiesa, lui ribatteva a brutto muso: “in che cosa la penso come voi? Ma in che cosa?”, “questa Chiesa è quella che possiede i sacramenti. L’assoluzione dei peccati non me la dà mica L’Espresso. E la comunione e la Messa me la danno loro? Devono rendersi conto che loro non sono nella condizione di poter giudicare e criticare queste cose. Non sono qualificati per dare giudizi”.
E ancora: “Io ci ho messo 22 anni per uscire dalla classe sociale che scrive e legge L’Espresso e Il Mondo. Devono snobbarmi, dire che sono ingenuo e demagogo, non onorarmi come uno di loro. Perché di loro non sono”, “l’unica cosa che importa è Dio, l’unico compito dell’uomo è stare ad adorare Dio, tutto il resto è sudiciume”.
Queste meravigliose parole di don Milani, avremmo voluto ascoltare dal cardinale, ma non le abbiamo mai sentite. Mai. Invece ne abbiamo sentite altre che hanno sconcertato e confuso noi semplici cattolici. Parole in cui egli faceva il controcanto puntuale all’insegnamento dei Papi e della Chiesa.
Tanto che ieri “Repubblica” si è potuta permettere di osannarlo così: “non aveva mai condannato l’eutanasia”, “dal dialogo con l’Islam al sì al preservativo”.
Tutto quello che le mode ideologiche imponevano trovava Martini dialogante e possibilista: “non è male che due persone, anche omosessuali, abbiano una stabilità e che lo Stato li favorisca”, aveva detto.
E’ del tutto legittimo – per chiunque – professare queste idee. Ma per un cardinale di Santa Romana Chiesa? Non c’è una contraddizione clamorosa? Cosa imporrebbe la lealtà?
Quando un cardinale afferma: “sarai felice di essere cattolico, e altrettanto felice che l’altro sia evangelico o musulmano” non proclama l’equivalenza di tutte le religioni?
Chi ricorda qualche vibrante pronunciamento di Martini che contraddiceva le idee “politically correct”? O chi ricorda un’ardente denuncia in difesa dei cristiani perseguitati?
Io non li ricordo. Preferiva chiacchierare con Scalfari e – sottolinea costui – “non ha mai fatto nulla per convertirmi”. Lo credo. Infatti Scalfari era entusiasta di sentirsi così assecondato nelle sue fisime filosofiche.
Nella seconda lettera a Timoteo, san Paolo – ingiungendo al discepolo di predicare la sana dottrina – profetizza: “Verranno giorni, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità, per volgersi alle favole” (Tm 4, 3-4).
Nella sua ultima intervista, critica con la Chiesa, Martini si è chiesto dove sono “uomini che ardono”, persone “che hanno fede come il centurione, entusiaste come Giovanni Battista, che osano il nuovo come Paolo, che sono fedeli come Maria di Magdala?”.
Evidentemente non ne vede fra i suoi adepti, ma nella Chiesa ce ne sono tantissimi. Peccato che lui li abbia tanto combattuti, in qualche caso perfino portandoli davanti al suo Tribunale ecclesiastico. Sì, questa è la tolleranza dei tolleranti.
Martini ha incredibilmente firmato la prefazione a un libro di Vito Mancuso che – scrive “Civiltà cattolica” – arriva “a negare o perlomeno svuotare di significato circa una dozzina di dogmi della Chiesa cattolica”.
Ma il cardinale incurante definì questo libro una “penetrazione coraggiosa” e si augurò che venisse “letto e meditato da tante persone” (del resto Mancuso definisce Martini “il mio padre spirituale”).
Dunque demolire i dogmi della fede non faceva insorgere Martini. Ma quando due giornalisti – in difesa della Chiesa – hanno criticato certi intellettuali cattoprogressisti, sono stati da Martini convocati davanti alla sua Inquisizione milanese e richiesti di abiura.
Che paradosso. L’unico caso, dopo il Concilio, di deferimento di laici cattolici all’Inquisizione per semplici tesi storiografiche porta la firma del cardinale progressista. “Il cardinale del dialogo”, come lo hanno chiamato Corriere e Repubblica.
I giornali sono ammirati per le sue massime. Devo confessare che io le trovo terribilmente banali . Per esempio: “emerge il bisogno di lotta e impegno, senza lasciarci prendere dal disfattismo”.
Sembra Napolitano. Grazie al cielo nella Chiesa ci sono tanti veri maestri di spiritualità e amore a Cristo. L’altro ritornello dei media è sull’erudizione biblica di Martini. Senz’altro vera.
Ma a volte il buon Dio mostra un certo umorismo. E proprio venerdì, il giorno del trapasso di Martini, la liturgia proponeva una Parola di Dio che sembra la demolizione dell’erudizione e della “Cattedra dei non credenti” voluta da Martini, dove pontificavano Cacciari e altri geni simili.
Scriveva dunque san Paolo che Cristo lo aveva mandato “ad annunciare il Vangelo, non con sapienza di parola, perché non venga resa vana la croce di Cristo. La parola della croce infatti è stoltezza per quelli che si perdono, ma per quelli che si salvano, ossia per noi, è potenza di Dio.
Sta scritto infatti: ‘Distruggerò la sapienza dei sapienti e annullerò l’intelligenza degli intelligenti’. Dov’è il sapiente? Dov’è il dotto? Dov’è il sottile ragionatore di questo mondo? Dio non ha forse dimostrato stolta la sapienza del mondo? Poiché… è piaciuto a Dio salvare i credenti con la stoltezza della predicazione… Infatti ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini” (1Cor 1, 17-25).
E il Vangelo era quello delle dieci vergini, dove Gesù – ribaltando i criteri mondani – proclama “sagge” quelle che hanno conservato la fede fino alla fine e “stolte” quelle che l’hanno perduta.
Spero che il cardinale abbia conservato la fede fino alla fine. Le esaltazioni di Scalfari, Dario Fo, “Il Manifesto”, Cacciari gli sono inutili davanti al Giudice dell’universo (se non saranno aggravanti).
Io, come insegna la Chiesa, farò dire delle messe e prenderò l’indulgenza perché il Signore abbia misericordia di lui. E’ la sola pietà di cui tutti noi peccatori abbiamo veramente bisogno. E’ il vero amore. Tutto il resto è vanità.
Antonio Socci

giovedì 16 agosto 2012

Chi è il sacerdote e perchè la Madonna ci invita a pregare per i sacerdoti

San Clemente I rivolge ai Sacerdoti un accorato invito: "Obbediamo alla magnifica e gloriosa Volontà di Dio. Prostriamoci davanti al Signore supplicandoLo di essere miseri­cordioso e benigno. Convertiamoci sinceramente al Suo Amore. Ripudiamo ogni opera di male, ogni specie di discordia e gelosia, causa di morte. Siamo dunque umili di spirito, o Fratelli. Rigettiamo ogni sciocca vanteria, la superbia, il folle orgoglio e la collera. Mettiamo in pratica ciò che sta scritto. Ricordiamo soprattutto le parole del Signore Gesù quando esor­tava alla mitezza e alla pazienza: Siate misericordiosi per ottenere misericordia; perdonate, perchè anche a Voi sia perdo­nato; come trattate gli altri, così sarete trattati anche voi; donate e sarete ricambiati; non giudicate, e non sarete giudi­cati; siate benevoli, e sperimenterete la benevolenza; con la medesima misura con cui avrete misurato gli altri, sarete misurati anche voi.

Bisogna ammettere che, sono state profetiche le parole del Cardinale Newman: "Molti ecclesiastici si sono lasciati andare ad una vita di mollezza. Non intendono più il valore della loro chiamata alla vita di povertà, umiltà e castità. Spogliatevi ora di questi ornamenti del mondo che adescano ed intrappolano le vostre anime, fratelli miei; e distruggono la vostra vocazione. Gli anni che vi rimangono sono pochi per recuperare il gregge che avete disperso. Svegliatevi ora dal vostro sonno... O fratelli miei, sono pienaniente consapevole dei vostri dilemmi e degli errori che si sono inipossessati di voi. La vostra obbedienza deve essere data all'Eterno Padre. Non ci sarà alcuna giustifi­cazione per l'uomo che favorisce l'errore e l'eresia!... Tornate indietro, fratelli miei...".
Quanti Sacerdoti sono portati fuori il solco della santità a causa delle amicizie umane? Se si guardasse il Sacerdote con gli occhi dell'anima, si vedrebbe in Lui un essere divino, eletto da Dio, in quanto è "Luce del mondo" (Mt 5,11). Ma questa "Luce" deve essere anche sostenuta e ricaricata dalle preghiere che ogni giorno si dovrebbero innalzare nel mondo per tutti i Sacerdoti. Oggi non si prega molto per i Sacerdoti, anche perché general­mente si prega poco: Sarebbe una grande cosa, se il mondo intero ogni giorno recitasse questa bella preghiera di Padre Pio da Pietrelcina: "Dio Onnipotente ed Eterno, che vuoi la salvezza di tutti gli uomini e non vuoi che alcuno perisca, dona al mondo Sacerdoti Santi, perché il Loro esempio trascini gli altri a conoscerti meglio, ad amarti di più e a servirti come a Te conviene. Amen".

Quale migliore esempio di Sacerdote è proponibile oggi come Padre Pio? Quanta preghiera, quanto amore alla Santissima Trinità, alla Madonna ed al Papa, quanta penitenza e digiuno, quanto amore per le anime da portare nel corpo, per cinquanta anni le stimmate, piaghe aperte e sanguinanti, che causano sofferenze atroci. Perché? Perché ha vissuto piena­mente la Sua missione, che non è la stessa per ogni Sacerdote, ma Egli ha vissuto la Sua come meglio non poteva.

Ogni Sacerdote deve ripresentare nella Sua persona la stessa Persona di Gesù. Deve avere i Suoi sentimenti, desiderare con gli stessi desideri di Gesù, cercare ciò che è lontano da Lui, amare coloro che non Lo amano; rivivere la Sua identica Passione. Sì, essere pronto a ricevere le stesse pene subite da Gesù nel giorno della Sua morte.

Il Sacerdote incarna Gesù nella misura che Si impersona in Gesù. Se il Sacerdote è l'Uomo di Dio (Homo Dei), ogni Sua azione o pensiero deve essere divina. Altrimenti, come potrà Gesù dire ai Suoi Sacerdoti: "Voi siete il sale della terra" (Mt 5,13)? Il sale dona sapore, condisce e conserva, ma "se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà salare?" (Mt 5,13).
Se il sole non darà più calore, non avrà più senso chia­marlo sole. Così il Sacerdote che non prega, non Si sacrifica, non piange e non digiuna per l'umanità, in quanto, "a null'altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini" (Mt 5,13).Il Sacerdote ha bisogno di avere, grandi lumi, molta pru­denza, dedizione senza limiti e instancabile pazienza. Gesù ha potuto compiere la missione come meglio non si poteva, ma Tu hai dei limiti. Nessuno ti chiede di ripetere la stessa missione di Gesù, perché era Uomo-Dio, ma certamente tutti vogliono vederTi agire sempre con lo Spirito dell'Uomo-Dio. Sarà facile se amerai con tutto il cuore Gesù e seguirai i Suoi insegnamenti.

domenica 17 giugno 2012

LA BUONA POLITICA è POSSIBILE - Riflessione per i politici cattolici che hanno perso "sale" in tempo di crisi


 
S. Caterina aveva una concezione eminentemente etica dei governanti, nelle sue numerose lettere che ha scritto, li esortava alla lotta contro il male, per l’affermazione del bene: “piuttosto dobbiamo eleggere di perdere le cose temporali e la vita del corpo, che le cose spirituali e la vita della grazia…” Per l’uomo politico non basta dunque dominare gli uomini e le cose, ma soprattutto, bisogna, raggiungere il perfetto dominio di sé. Quello che conta maggiormente è la “signoria dell’anima”, che nessuno può togliere agli uomini se loro si comportano secondo giustizia divina. Gli antichi romani, già conoscevano questa signoria, il grande Seneca affermava: “Imperium sibi maximum imperium est”, una affermazione che in Caterina acquistava un significato eminentemente cristiano: la padronanza di sé per compiere il bene. A questo proposito, è significativo quello che scrive la santa ai Signori e difensori di Siena: “scrivo a voi con desiderio di vedervi veri signori con cuore virile, cioè che signoreggiate la propria sensualità, con vera e reale virtù, seguitando il nostro Creatore. Altramenti non potreste tenere giustamente la signoria temporale, la quale Dio vi ha concessa per sua grazia. Conviensi dunque che l’uomo che ha a signoreggiare altrui e governare, signoreggi e governi prima sé”.

  S. Caterina si rendeva conto che gli uomini erano fragili e limitati, per questo era indispensabile che ciascun essere umano prendesse coscienza del proprio limite di creatura.

L’uomo di governo dev’essere umile, una virtù che gli permette, di essere libero e di darsi interamente “con grande sollecitudine” e con “affettuoso amore”, al servizio dei sudditi e della patria. Secondo S. Caterina, deve acquisire la virtù della santa pazienza, che non è quella del significato politico del saper attendere, temporeggiare, questa è arte politica o diplomatica. “La pazienza per S. Caterina è un atteggiamento interiore dello spirito che dà la capacità di ‘sostenere’ con dolce fortezza fondata sulla dimenticanza di sé ‘ogni pena, tormento e tribolazione’”. Pertanto per S. Caterina l’uomo che sale al potere, non deve pensare di trovare in esso “diletto e riposo”, ma deve sapere che troverà dolore.

La santa di Siena era consapevole delle miserie umane degli uomini politici e di potere. Sapeva quale era la dura realtà: avidità, gelosie, egoismi, intrighi, slealtà, violenze.. Il principe e signore deve conoscere, valutare e rispettare il dolore in sé e negli altri, e quando la croce stende la sua immensa ombra su tutta la patria egli, forte nella sventura militare nell’insuccesso politico e in ogni altra contrarietà, “si veste della pazienza di Cristo crocifisso, riposasi con questa dolce e gloriosa virtù nel mare tempestoso delle molte fatighe”. Questa è la virtù che vince sempre. Per S. Caterina non ci potrà mai essere un grande e vero capo di governo, senza la lotta dolorosa interiore ed esteriore, senza sofferenza, senza sforzo, senza “abbracciarci con la santissima croce, dove noi troveremo l’amore ineffabile, gustando il sangue di Cristo”.

Il Principe ideale di Caterina non è quello che sa mantenere il potere, ma colui che sa essere grande dinnanzi a Dio nella perfezione morale. Caterina fa coincidere il vantaggio dei popoli, il benessere sociale, con la grandezza morale e cristiana di chi governa. La grandezza di un principe per S. Caterina si basa sempre sull’umiltà, nel dolce spogliamento di sé, che invita Dio a venire nell’anima, così si possono fare grandi opere.  Nell’ascetica cateriniana, l’uomo trova il giusto posto come creatura creata da Dio e redenta dal Figlio.

La personalità ideale del cristiano che esercita il potere politico, si compenetra nella carità, soltanto così si può compiere ogni giustizia e dalla quale nascono le buone opere. Caterina insegna al principe anche di perdere il potere se non può attuare il bene di tutti, al contrario di Machiavelli che al suo Principe insegna di sapere commettere il male per conservare il potere. L’uomo che è al potere “deve servire con grande diligenzia il prossimo suo”. In pratica anche se è difficile dirigere la vita degli uomini a fini alti, S. Caterina chiede l’eroismo cristiano al suo principe, ricordandogli che può fare tutto con l’aiuto di Dio, nella partecipazione alla vita della Grazia, che è il sangue di Cristo.

Nessuno ha saputo più di Caterina adorare il Sangue Divino di Gesù, nessuno più di lei ha saputo comunicare agli uomini, l’amore, il bisogno del “dolcissimo Sangue…nel quale si spegne ogni odio e guerra…si pacifica il cuore e l’anima”.

Ed è proprio in questo Sangue che S. Caterina conduce “i signori e governanti a conquistare quella perfezione cristiana del loro stato, che è conformazione a Cristo Crocifisso, nella cui luce la santa diplomatica senese ha visto e ci ha dato la nobile personalità morale dell’uomo di governo…”

  Nelle lettere agli uomini di Stato S. Caterina fa emergere sempre esclusivamente il carattere morale e spirituale, quasi mai ci sono norme pratiche sull’esercizio del buon governo. La santa è convinta che una volta che l’uomo é formato al bene e alla giustizia non potrà che compiere azioni giuste e virtuose, questo vale anche per il governante. Del resto, per S. Caterina ogni problema sociale e politico appare come un problema morale, ella dà tuttavia valore anche alla parte ‘pratica’ dell’attività politica, anche perché ci sono uomini buoni, ma che non sanno governare.

A base di ogni grande costruzione politica e sociale c’è la realizzazione della giustizia, che caratterizza ogni attività politica, ogni azione individuale e sociale del principe della nostra santa. Ma la giustizia deve essere sempre “condita con misericordia, perché ella esce dalla fontana della carità”.

“l’uso della misericordia nell’esercizio della giustizia non diminuisce però la coscienza di quello ch’è dovuto alla repressione del male. In un regime ben ordinato, fare giustizia è un dovere dell’autorità, perciò, non è permesso al signore di tollerare il male. Per la santa occorre sempre una giustizia regolata dalla carità. Certo Santa Caterina sa che è presente nel governante il pericolo di lasciarsi trasportare nella repressione per propria passione, ma c’è anche l’altro pericolo della pazienza inerte di fronte a colpe che possono esporre la società intera al male. Comunque sia per la santa, la giustizia perfetta, potrà attuarla, soltanto “colui che giustamente ha giudicato sé”, cioè, colui che virilmente ha sottomesso sé “alla regola della giustizia”, nel distacco da sé e dal mondo, nell’amore di Dio e delle virtù. Quindi soltanto l’uomo forte, buono e umile, che ha conosciuto la Verità di Dio sarà capace di realizzare la giustizia perfetta.

E’ presente in S. Caterina il concetto di giustizia sociale con al centro e come fine la persona umana, una giustizia che si appoggia sui diritti naturali della persona umana, che sfociano nei diritti religiosi, morali, giuridici, economici. L’uomo di governo nella sua attività, deve riconoscere e difendere la dignità personale del cittadino e il suo sviluppo.

Un’ultima annotazione, proprio leggendo le tante lettere della santa di Siena: “Non si può non domandarci come ella potesse pretendere da uomini comuni del suo tempo tanta virtù; come potesse richiedere un simile sforzo, un superamento così assoluto dell’umano, una così perfetta vita della Grazia, in quella che può sembrare l’attività che più difficilmente l’uomo riesce a mantenere conforme ai comandi divini”. Eppure S. Caterina con la sua grande semplicità è riuscita a parlare a chiunque e a ottenere anche numerose conversioni dei loro cuori. Lo si nota leggendo le lettere inviate allo stesso personaggio, come Niccolò Soderini, uno dei Priori dell’Arti della città di Firenze, è un grande miracolo come la santa “…sapesse con rara sapienza trarre quegli uomini rudi e lontani dalle finezze dello spirito, ad alta perfezione morale”.

Preghiamo per il Card. Carlo Maria Martini


Non sempre sono condivisibili le posizioni di Mario Palmaro, almeno in approccio e metodo più che di sostanza, ma stavolta il ragionamento svolto sulla materia non fa una piega. Neanche una. Chi ha responsabilità prenda amorosi e decisi provvedimenti.
Il cardinale Carlo M. Martini si dichiara a favore del riconoscimento dei “matrimoni” tra omosessuali da parte dello Stato. Così hanno scritto nei giorni scorsi molti giornali italiani, dando alla notizia grande rilievo.

Di fronte a questo genere di faccende, il mondo cattolico "ufficiale" abbozza una serie di reazioni che in ordine logico e temporale si possono riassumere così: primo, chissà che cosa avrà detto esattamente il cardinale, e che cosa gli hanno fatto dire i giornali; secondo, il card. Martini è un uomo profetico, quindi le sue parole vanno inserite nel contesto e non estrapolate in modo strumentale; terzo, visto che la materia scotta, meglio far finta che non sia successo niente; quarto, se anche il card. Martini avesse detto davvero quello che ha detto, bisogna far finta di niente perché non si può criticare un cardinale, per evitare scandalo e divisioni nella Chiesa; quinto, se qualcuno fra i cattolici critica Martini, peste lo colga, perché così facendo rompe la consegna del silenzio e disturba la quiete della buona gente cattolica.

Purtroppo, si tratta di un protocollo terapeutico francamente fallimentare: una sequenza di manovre che farà immancabilmente morire il paziente, cioè il cattolico normale. Perché il cattolico di Voghera si merita ben altro, di fronte al fenomeno, ormai diventato rituale, di uomini di Chiesa che si alzano la mattina, ne dicono una grossa confidando nella “immunità clericale”, e chi si è visto si è visto. Purtroppo, il caso dell’arcivescovo emerito di Milano è, in tal senso, esemplare. Che cosa ha scritto, esattamente, il card. Martini? Il testo è tratto dal libro Credere e conoscere, in uscita per Einaudi, scritto in dialogo con l’ex senatore del Pd Ignazio Marino. Il card. Martini ogni tanto ama questa forma letteraria: qualche tempo fa, per esempio, aveva scritto un libro analogo con don Luigi Verzè (il patròn del San Raffaele), dal significativo titolo, Siamo tutti nella stessa barca. Ma torniamo alla cronaca di questi giorni. Ecco qua il brano incriminato: «Io ritengo che la famiglia vada difesa perchè è veramente quella che sostiene la società in maniera stabile e permanente e per il ruolo fondamentale che esercita nell'educazione dei figli. Però non è male che, in luogo di rapporti omosessuali occasionali, che due persone abbiano una certa stabilità e quindi in questo senso lo Stato potrebbe anche favorirli». Il campionato mondiale di arrampicata sugli specchi non finisce mai, e i cattolici pronti a parteciparvi sono sempre numerosissimi. Ma temo che questa volta anche un fuoriclasse del settore debba arrendersi all’evidenza: il card. Martini scrive proprio che lo Stato deve aiutare gli omosessuali a stabilizzare il loro rapporto. Teorizza una pagina inedita del catechismo cattolico, sostenendo che - insomma -, piuttosto che avere rapporti occasionali e superficiali, le persone omosessuali si impegnino in maniera seria e prolungata, grazie anche a un istituto messo a punto dallo Stato. Più chiaro di così.

La Congregazione per la dottrina della fede ha pubblicato non uno, ma due documenti per insegnare il contrario, e per dire che un politico, vieppiù se cattolico, non può sostenere proposte di legge che prevedano il riconoscimento di unioni omosessuali. Ergo: Martini e la Chiesa insegnano cose diametralmente opposte. Può essere anche doloroso scriverlo, ma ammetterlo è facile facile. Questione di logica elementare. Le uova sono rotte e la frittata è fatta. Ed è qui che si inserisce il grave errore operativo del mondo cattolico ufficiale: fatto di silenzi imbarazzati, e di difese penose che arrancano nel tentativo impossibile di rendere omogeneo quanto detto dal cardinale e quanto insegnato dalla Chiesa in tutti questi anni. Ovviamente, non ignoriamo le ragioni della prudenza, il timore degli scandali, la necessità del rispetto dovuto ai principi della Chiesa, cui si aggiunge nel caso di Martini la pietas dovuta a un uomo di veneranda età, per di più colpito dalla malattia. Ma qui c’è un punto che non può sfuggire a nessuno: e cioè che lo scandalo è già accaduto, ed è pubblico. Ed è lo scandalo provocato da una presa di posizione eterodossa a opera di un vescovo cattolico, che quando parla raggiunge attraverso i mass-media milioni di persone.

I fedeli cattolici hanno un diritto che è più forte di ogni altra esigenza, e che riposa nella legge suprema della Chiesa cattolica: la salus animarum, la salvezza delle anime. Se un pastore insegna cose sbagliate in materia non opinabile – e questa, indubbiamente, non lo è - i fedeli hanno il diritto di essere aiutati a riconoscere l’errore, e l’errante deve essere smascherato per il bene di ogni singolo fedele. Di più: solo le persone in mala fede o gli allocchi possono far finta di non vedere che le sortite “aperturiste” - cui il card. Martini non è nuovo - scuotono la Chiesa in tutte le sue pieghe locali, e rendono ancor più fertile il già rigoglioso sottobosco delle piccole e grandi eresie parrocchiali. Adesso i sacerdoti e catechisti, le suore e i teologi che vogliono essere possibilisti sulle unioni fra persone dello stesso sesso hanno la pezza d’appoggio delle parole autorevoli del “biblista Martini”; adesso regaleranno il libro scritto a quattro mani con Marino ai consigli parrocchiali, “perché così almeno si fanno un’idea e raccolgono la provocazione”. E inviteranno anche il medico Marino (“che è cattolico, intendiamoci”) a tenere qualche bella conferenza, insieme a Enzo Bianchi. Che ci sta comunque sempre bene. Ecco: questo è il quadro della situazione. Senza forzature e senza animosità, noi cattolici di Voghera diciamo: Roma, abbiamo un problema. Fate presto, aiutateci.

ECCOCI MADRE, GUIDACI!


Mentre invitiamo a mantenere gli impegni quotidiani personali già presi, esortiamo per diventare “un cuor solo e un'anima sola” a mettersi in unione spirituale col Movimento in uno o più appuntamenti in modo costante.

Ore 7.30 Santo Rosario
Ore 12.00 Angelus (da Pasqua a Pentecoste Regina Coeli)
Ore 15.00 Coroncina della Divina Misericordia
Ore 17.20 Santo Rosario
Ore 17.40 * 18.40 (ora solare-ora legale) Apparizione della Vergine Santissima a Medjugorje
Ore 20.30 Santo Rosario
Ore 24.00 Santo Rosario
Ore 3.00 Coroncina della Divina Misericordia

Mercoledì e Venerdì: Digiuno a pane ed acqua. Per chi non può non un fioretto ma un "fiorone"... e comunque sempre digiuno dal peccato!

Terminiamo ripetendo sempre:
Maria, Regina della Pace e del Movimento, Madre mia: totus tuus!